SPIRITUALITÀ NELLA PITTURA TRIESTINA DEL SECONDO OTTOCENTO

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RETAGGIO TARDO-BAROCCO NELLO HINTERLAND E IN CITTÀ

La raffigurazione del vescovo San Biagio in estasi della chiesa S. Antonio in Bosco a Boršt di Luca Zeferin (1848) è un pregevole dipinto, che segue la tendenza del pietismo devozionale in voga al tempo, senza ricorrere agli stili storici. Piuttosto sembra assai prossimo al linguaggio tardo barocco del Settecento, che nelle province centro-europee continuava a sortire notevole diffusione. Ciò si osserva nelle espressioni delle figure, un po' stereotipate ma cariche di umore espressivo; leggermente inamidati appaiono invece i tratteggi descrittivi.

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Nello stesso anno Antonio Zona dipinse i quadri con gli evangelisti Matteo e Giovanni, ammirabili presso la chiesa Beata Vergine del Rosario. La sensibilità dell'autore per le tenui sfumature di tinte, per un ductus modulato, rimandano a modalità figurative tardo-barocche più che ottocentesche.

Dopo il periodo neoclassico il sovraccarico di accademismo ma anche la passione imperante della cultura romantica per il Medioevo, suscitarono in ambito europeo una reazione, che si volse al recupero del linguaggio rinascimentale, specie quello quattrocentesco ancora in fase di sviluppo ascendente, non ancora contaminato dai manierismi.

La riproduzione dei modelli umanistici generò contestualmente un'arte sacra assai ispirata ai contenuti religiosi, sino a porre la presunta e rinnovata purezza compositiva al servizio del pietismo spirituale. In molte situazioni i risultati furono scadenti, come quelli originati dal diffuso movimento dei Nazareni, pure ispirato da forti spinte devozionali, dove nella replica stereotipata delle formule antiche ci si illudeva di avere toccato il livello dei grandi maestri del passato.

In area giuliana non risulta un'adesione olistica all'emulazione rinascimentale, anche se non è negabile una forte componente spirituale nella produzione sacra. Si può spiegare da un lato coi significativi fondamenti che il Neoclassicismo aveva impresso attraverso le opere nella cultura triestina, che evitarono il rischio di artificiose operazioni di ricupero, dall'altro con la sostanziale indipendenza intellettuale degli artisti operanti nella città durante il secondo Ottocento.

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